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Parolieri e Parolai: L’Evoluzione della Comunicazione nel Calcio secondo Roberto Beccantini

Un viaggio tra parole misurate e chiacchiere urlate: nel calcio di oggi cambiano i microfoni, ma non la fame di senso. Con lo sguardo lucido di Roberto Beccantini proviamo a capire chi racconta il gioco e chi lo ingombra, tra romantici taccuini e feed che scorrono veloci.

Parolieri e parolai: l’evoluzione della comunicazione nel calcio secondo Roberto Beccantini

C’è un prima e un dopo. Il prima profuma di carta, di sala stampa fumosa, di frasi centellinate. Il dopo scorre nello schermo, tra storie di dieci secondi e breaking di mezzanotte. In mezzo, il pubblico: noi. Che chiediamo chiarezza e finiamo sommersi dal rumore. In questo passaggio la comunicazione nel calcio è diventata partita essa stessa. Non si gioca più solo la domenica: si gioca ogni ora.

Nel vecchio palinsesto, un allenatore parlava il sabato e il martedì. Poche parole, molta attesa. Oggi la cadenza è continua. Le conferenze stampa vengono trasmesse live, i social esplodono dopo ogni fischio, le voci degli spogliatoi arrivano in tempo reale. La pandemia del 2020 ha accelerato tutto: conferenze su Zoom, zone miste virtuali, telecamere ovunque. È cambiata anche l’arbitraria “verità”: con il VAR (in Serie A dal 2017-18) ogni episodio diventa un talk parallelo che chiede spiegazioni immediate. E il tempo lungo dell’analisi? Rischia di scomparire.

Dalle conferenze al feed: cosa è cambiato

La televisione ha creato il primo grande set. I media sportivi hanno moltiplicato voci e format. Poi sono arrivati i club editori di sé stessi, con studi interni, rubriche e interviste “in casa”. I giocatori comunicano senza filtri, a volte con una storia Instagram più potente di una prima pagina. Funziona? Sì, se c’è sostanza. Altrimenti resta storytelling senz’anima.

E qui si apre lo sguardo di Roberto Beccantini, storica firma che ha visto passare allenatori, presidenti, capitani e linguaggi. Lui distingue tra chi costruisce il senso e chi soffia sul fumo. Lì, a metà campo, si gioca la sfida tra i veri e i finti artigiani della parola.

Parolieri e parolai, ieri e oggi

I «parolieri» pesano ogni termine. Appartengono alla scuola di Enzo Bearzot, che scelse il silenzio stampa a Spagna ’82 per proteggere il gruppo e poi parlò quando contava. Hanno l’asciuttezza di Dino Zoff, la compostezza di Carlo Ancelotti, la precisione di chi usa il linguaggio per illuminare, non per oscurare. Non seducono: spiegano. Anche quando si sbagliano, si capisce dove vogliono andare.

I «parolai» fanno volume. Cambiano registro a seconda del vento. Usano parole come «progetto», «sostenibilità», «mentalità» come se bastassero da sole. Vivono di clickbait, schegge di calciomercato, frasi fatte. A volte sono presidenti in cerca di scena, altre volte commentatori che corrono più veloci della partita. Funzionano nell’immediato. Ma il giorno dopo resta poco, se non l’eco.

E noi tifosi? Siamo passati dal bar sotto casa al thread infinito. Vogliamo accesso, non rituali. Vogliamo sincerità, non copioni. L’energia di Mourinho all’Inter ha mostrato un maestro del framing. Le metafore di Spalletti mostrano come si possa innovare il linguaggio senza perdere il senso. E quando Allegri dice «corto muso», il calcio diventa immagine. Questo è il campo su cui Beccantini invita a guardare: riconoscere il mestiere artigiano della parola in mezzo al mercato del suono.

C’è un elemento misurabile: più contenuti, meno tempo. Un dettaglio decisivo: più voce diretta agli atleti, meno mediazione. Il rischio? Che il gioco ceda alla sua narrazione. La cura? Tornare a premiare chi chiarisce i fatti, distingue i piani, accetta il dubbio. I parolieri non promettono mondi, li raccontano. I parolai vendono nebbia. Noi, da lettori e tifosi, possiamo ancora scegliere da che parte guardare. La prossima volta che un feed spara l’ennesima “bomba”, chiediamoci: è luce, o solo un lampo?

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