C’è un torneo parallelo che ogni inverno ridisegna gli equilibri del calcio europeo. Non si gioca in 90 minuti, non assegna punti in classifica, ma pesa – eccome – sul resto della stagione. È la sfida dei bilanci, quella che passa dalle scrivanie dei dirigenti e dai conti depositati a fine mercato.
Tra strategie aggressive, prudenza finanziaria e operazioni di pura sopravvivenza, il mese di gennaio ha confermato una tendenza chiara: non tutti i campionati possono permettersi lo stesso passo. E il divario, invece di ridursi, continua ad allargarsi.
Guardando i flussi complessivi, emerge subito una gerarchia netta. Alcuni tornei utilizzano il mercato invernale per correggere la rotta, altri per fare cassa, altri ancora per consolidare un modello economico sostenibile. C’è chi investe per inseguire obiettivi immediati e chi preferisce monetizzare, rinviando i colpi all’estate. In mezzo, campionati che oscillano tra necessità sportive e vincoli finanziari sempre più stringenti. Il confronto tra spese e incassi racconta più di mille analisi tattiche: dice chi può permettersi di rischiare e chi, invece, deve fare i conti fino all’ultimo euro.
Solo entrando nel dettaglio si capisce dove si sposta davvero il potere economico. A dominare ancora una volta è la Premier League, che ha chiuso gennaio con circa 453 milioni di euro spesi e 289 incassati, per un saldo ampiamente negativo. Un dato che certifica una realtà ormai consolidata: l’Inghilterra gioca una partita a parte, con volumi quasi doppi rispetto a tutti gli altri.
Subito dietro si piazza la Serie A, seconda in Europa per investimenti nel mercato invernale: circa 244 milioni spesi a fronte di 187 incassati. Numeri che raccontano un campionato tornato a muoversi con decisione, pur restando lontano dalle cifre inglesi.
Scenario opposto in Spagna e Francia, dove gennaio è servito soprattutto a riequilibrare i conti. La Liga ha chiuso con un saldo positivo grazie a più cessioni che acquisti, mentre la Ligue 1 ha sfruttato il mercato anche come vetrina verso campionati extraeuropei, con operazioni in uscita particolarmente redditizie.
Più prudente la Bundesliga, che ha investito poco e incassato ancora meno, confermando una linea conservativa. Nei Paesi Bassi e in Portogallo, invece, la parola d’ordine resta sostenibilità: si vende più di quanto si compra, puntando su modelli economici a lungo termine.
La Turchia fa storia a sé, con un gennaio vivace ma controllato, fatto di prestiti, ritorni di fiamma e colpi mediatici utili ad accendere l’interesse.
Il quadro finale è chiaro: la Premier resta irraggiungibile, l’Italia prova a inseguire, mentre il resto d’Europa sceglie strade diverse per sopravvivere. E alla fine, come sempre, sarà il campo a dire chi ha speso meglio – non solo di più.
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